Cantata
Viola Graziosi, Maximilian Nisi e Luca Biagini Letteratura e narrativa | schedule52 min | | Azzurri
Introduzione
Luca Biagini
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    Una cantata per la memoria

    C’è un giardino, da qualche parte, dove giocano bambini che nessuno ha più visto tornare a casa. Hanno nomi siciliani, calabresi, napoletani. Alcuni hanno solo date, solo silenzi. In quel giardino, nel 1994, il magistrato Luciano Violante, ex Presidente della Camera dei Deputati e protagonista della lotta alla mafia, ha fatto fiorire una Cantata. Una festa, quella che quei bambini avrebbero meritato e non hanno avuto. Trentadue anni dopo, quella Cantata riprende voce.

    LibriVivi, in collaborazione con Il Teatro della Città di Catania, ne pubblica la prima versione sonora il 23 maggio, Giornata della memoria delle vittime di mafia, anniversario della strage di Capaci, su Audible Italia. Gli attori Viola Graziosi, già interprete della trilogia delle donne del mito di Luciano Violante e voce tra le più apprezzate del panorama italiano, e Maximilian Nisi, di formazione strehleriana, anche regista e direttore artistico del Festival teatrale di Borgio Verezzi, portano nel cunto mediterraneo tutta la tradizione del grande teatro di scena. Attorno a loro, le quattordici composizioni di Stefano De Meo. Ad aprire e chiudere, due canzoni inedite di Marco Fasano e Michele Signore.

    Al centro, il ritmo si spezza ed entra la voce di Luciano Violante stesso, sulle stragi di guerra. Presenza istituzionale, umana, che riporta il presente nel racconto come un taglio di luce in una stanza in penombra.

    L’introduzione all’opera, letta da Luca Biagini, tra le voci più autorevoli del teatro e del cinema italiano, è di Roberto Malini, poeta, il cui lavoro è sostenuto dal Consiglio d'Europa e dall’UNICEF.

    In esclusiva su Audible.it l'intervento di Luciano Violante


    Luciano Violante, magistrato e uomo delle istituzioni, affida il suo coraggio a una cantata le cui radici affondano nelle più antiche tradizioni popolari siciliane, per evolversi in una manifestazione di pura coscienza civile. Non vi è cronaca, in queste pagine, e tuttavia vi è più verità che in un castello di fascicoli ufficiali. I bambini morti non sono simboli o numeri, ma presenze, domande senza risposta, occhi che vegliano per sempre sulla nostra integrità, sulla nostra responsabilità. Che non diventino indifferenza o resa. Nel giardino della Cantata i morti attendono altri morti, accanto ai fiori. La loro attesa è già un processo al nostro modo di vivere.

    Scrivo queste righe non da spettatore, ma da uomo che conosce il lato esposto della parola che si leva per proteggere, per salvaguardare. Come Difensore dei Diritti Umani, mi accade di trovarmi spesso di fronte agli effetti di quelle mani che, nelle parole di Violante “tessono trame di affari e di sangue”. Mani che non sempre impugnano armi, ma spesso firmano carte, muovono denaro, amministrano silenzi, costruiscono impunità, favoriscono progetti iniqui. La Cantata per la festa dei bambini morti nasce dall’evidenza, semplice e terribile, che la mafia non è solo delitto, ma sistema, rete, manipolazione burocratica. La morte fisica è il suo volto più atroce, ma non è meno tragico quello occulto, in cui politica ed economia assumono i lineamenti della paura.

    Capaci, via D’Amelio, i nomi celebri e quelli dimenticati. Più oltre i bambini consegnati alle guerre del nostro tempo, che entrano in una processione dove nessuno può dirsi innocente per distrazione. La poesia della Cantata non ha facoltà di rincuorarci, perché ci interroga senza accontentarsi di ricevere il silenzio come risposta. La musica e le voci non attenuano le grida, ma restituiscono loro memoria e fiato vitale. È per me un onore introdurre questo richiamo alla responsabilità, scritto da Luciano Violante trentadue anni fa e tuttavia ancora oggi poderoso, indispensabile. Ascoltare le voci e i canti che ci raggiungono dalla Festa dei bambini morti di mafia ci costringe ancora una volta a scegliere da che parte stare. Così impediamo che svaniscano le presenze dei piccoli e quella della giustizia, aspettando un vento nuovo, che deve ancora alzarsi.


    La Cantata per la festa dei bambini morti di mafia è nata dal vivo, davanti a seicento studenti, lo scorso maggio. È stata un’esperienza fortissima: la parola di Luciano Violante, nonché la sua presenza nel pubblico, i corpi presenti, i ragazzi, tanti, prima agitati, poi pian pianino in ascolto, la sensazione che la memoria non è qualcosa da celebrare a distanza, ma da attraversare insieme, anche nella difficoltà del momento. Proprio da quell’esperienza ho sentito che questo lavoro poteva avere una seconda vita, diversa, non semplicemente una registrazione, ma un’esperienza d’ascolto.

    L’idea di portare la Cantata in cuffia nasce da qui: dal desiderio di trasformare un atto teatrale in un luogo intimo, in cui la voce, la musica e il silenzio arrivino senza filtri dentro chi ascolta. In un tempo dominato da immagini continue, spesso brutali, che rischiano di renderci assuefatti al dolore, l’audio chiede un gesto opposto: fermarsi, ascoltare, immaginare. Senza schermo, non possiamo delegare lo sguardo a un’immagine già pronta. Siamo sospinti a creare dentro di noi quei volti, quelle presenze, quelle vite spezzate. E forse proprio per questo l’ascolto può diventare un’esperienza più radicale, più responsabile. Per me quei bambini non sono simboli, né numeri della storia criminale del nostro Paese. Sono presenze. Sono il futuro che è stato loro tolto. E oggi, mentre altri bambini continuano a morire nelle guerre, la Cantata smette di essere soltanto commemorazione, diventa una domanda urgente sul nostro presente. La storia si ripete quando la guardiamo da lontano, quando ci abituiamo all’orrore, quando pensiamo che il dolore degli altri non ci riguardi.

    C’è una frase che chiude la Cantata e che per me è decisiva: “non basta”. Non basta ricordare, non basta commuoversi, non basta ascoltare una volta e poi tornare identici a prima. Non basta mai, se non cambia qualcosa nel nostro modo di stare al mondo. Ognuno di noi ha la responsabilità di sé, dello sguardo che posa sulle cose, delle parole che sceglie, del silenzio che accetta o rompe. Questo progetto tiene insieme teatro, audiolibro e memoria civile. Nasce da una scena condivisa e arriva alla solitudine della cuffia, ma in entrambi i casi chiede una presenza e una relazione vera, perché le voci dell’autore, del narratore e dell’ascoltatore diventino una. E allora, ascoltare la Cantata significa lasciarsi raggiungere da quelle voci e domandarsi, ancora una volta, da che parte vogliamo stare.


    La nostra voce per il loro futuro. C’è un peso sottile nel pronunciare i nomi dei bambini portati via dalle mafie: è il peso di un domani che non è mai arrivato. Quando leggo di loro, non vedo cronaca nera, ma sogni interrotti a metà di una corsa e sorrisi che oggi avrebbero dovuto essere luce. Dedicare loro un pensiero, un lavoro, non è un semplice esercizio di memoria, ma un atto di giustizia: significa restituire loro quel diritto al futuro che qualcuno ha preteso di spezzare. Questa Cantata della festa non è il lavoro di un singolo, ma il battito di un cuore collettivo. Abbiamo lavorato con un’armonia rara, come un’orchestra dove ogni nota cerca la verità. Insieme a Luciano Violante e a talenti straordinari, abbiamo voluto che ogni parola e ogni melodia fossero un seme di speranza.

    Ma la memoria, per me, ha senso solo se diventa azione. Per questo, sostenere questo progetto significa tendere una mano reale: i proventi andranno a Libera di Don Ciotti. Oggi siamo sommersi da immagini che scorrono veloci, lasciandoci spesso indifferenti. Per questo abbiamo scelto la strada dell’audiolibro. Senza lo schermo a fare da filtro, le parole entrano dentro. L’ascolto ci obbliga a fermarci, a immaginare, a ricostruire quei volti nella nostra mente. È un invito a rompere il guscio dell’indifferenza. Voglio trasformare il silenzio della morte nel suono della nostra coscienza. La parola è il mio antidoto alla cecità dell’anima; è il modo che ho scelto per dire che quei bambini, in un giardino ideale fatto di suoni e ricordi, continuano a giocare.


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